Intervista a Ras Melody

01/04/11 | Interviste » Rubriche

RAS_MELODYMoreno Papa, a.k.a. Ras Melody, è un personaggio che vive di Reggae. La sua musica è forte, istintiva, piena di coscienza ed espressività, attaccata alla tradizione giamaicana e con un occhio rivolto al futuro. È uscito nel giugno scorso il suo primo disco Another Step, che lo ha reso subito una delle migliori figure che costellano il promettente panorama reggae nazionale.

Sabato prossimo sarà sul palco della Corte dei Miracoli di Siena, in attesa di vederlo  dal vivo abbiamo avuto modo di scambiarci qualche parola per capire meglio la sua storia, farci consigliare qualche artista giamaicano e tirare le somme dello stato della musica, non solo reggae, in Italia.

Ras Melody è solo la recente incarnazione della tua vita passata nel Reggae. Raccontaci della tua carriera musicale e come sei arrivato a formare un progetto solista con i Groove Soldiers.

“Il tutto è partito quasi 12 anni fa, con colpo di fulmine per la musica reggae avvenuto al Rototom Sunsplash (festival europeo di reggae tenutosi a Udine fino a due anni fa, ndr). Quella è stata la scintilla che ha fatto scoppiare tutto. Da quell’evento ho cominciato a dedicarmi in modo viscerale al reggae ed ho iniziato a lavorare con alcune band, all’inizio come percussionista e corista. Riscontrando che nelle parti vocali c’era un ritorno, e anche io mi sono trovato subito a mio agio, la cosa pian piano a preso piede fino a quando nel 2003 ho fondato il mio primo progetto come cantante (i Rootical Foundation, ndr). Ho continuato fino al 2008, facendo un bel po’ di esperienza e crescendo insieme a loro, per poi staccarmi e cominciare da solista come Ras Melody, facendo una cosa che avesse in tutto e per tutto la mia idea musicale, ed essendo disposto anche a pagarne le conseguenze positive e negative. Ho iniziato a lavorare in studio, facendo tutto da solo, e una volta arrivato alla conclusione del lavoro ho assemblato una di quelle che vengono chiamate “backing band”, una band di supporto; è una cosa solita in Giamaica, qua da noi suona un po’ strano. Praticamente in questo modo di fare reggae, tipo singjay, la base sotto chiamata riddim viene eseguita come degli standard e le varianti vengono fatte proprio dalla voce, dall’armonia del cantato”.

Nelle tue canzoni sembri particolarmente legato ai temi del Reggae delle origini: quindi l’Africa, la lotta contro Babilonia e tutto quanto della simbologia rastafariana. Parlacene un po’.

“Questo è un argomento con il quale potremmo parlare per delle ore. Già il mio nome, Ras, è un appellativo che veniva dato agli etiopi, con delle cariche anche a livello religioso; tanti nel reggae lo usano e lo scelgono come nome d’arte. In questo appoggio la filosofia rastafariana, ma definirsi rastafariano per un bianco sinceramente è un passo da fare con cautela, perché è una religione e bisognerebbe approfondire attentamente il discorso. Riguardo alle tematiche, aldilà del rastafarianesimo, il legame verso l’Africa nasce dal fatto di volere tornare alle origini. Il Reggae si è sviluppato in Giamaca ma con un messaggio legato alle origini, con una coscienza di razza, nel senso che i giamaicani sapevano benissimo perché erano lì e come ci erano arrivati i loro genitori e nonni. È una cosa di cui è giusto parlare, nello stesso modo in cui parlo anche di immigrazione, come nel brano Suffering Scream del mio album che racconta dei viaggi fatti dai migranti dall’Africa affrontando cose assurde”.

Quindi grazie a questo immaginario del passato vuoi trasmettere un messaggio attuale?

“Esatto, storia vecchia e storia nuova sono molto simili tra di loro. Se un tempo i popoli venivano strappati dalla loro terra, oggi per condizioni di guerra o di povertà molta gente si ritrova costretta a intraprendere certi viaggi che certo non sono di vacanza. E quando arrivano nella terra tanto sospirata, l’accoglienza non è proprio quella desiderata”.

Per il tuo nuovo disco cosa ti ha portato a cantare in patwa, il dialetto anglo-giamaicano?

“Principalmente è stato un discorso di ricerca musicale. Con il mio vecchio gruppo cantavo anche in italiano, facendo cose anche molto orecchiabili, però andando a ricercare lo stile reggae originale la lingua inglese è meglio. Quando inizi a usare il patwa giamaicano, o quanto meno ci provi, ti accorgi che queste cadenze ti aiutano maggiormente. Ovviamente cerco di non eccedere, di non esagerare, perché per primo ammetto di non conoscerlo in modo così profondo”.

Non c’è il rischio che in questo modo la tua musica diventi settoriale? Non hai paura che per via di questo forte accostamento al genere tu possa essere meglio capito e apprezzato solo dai cultori del Reggae?

“Questa è l’arma a doppio taglio, però è stata una scelta artistica voluta sapendo del rischio di rimanere nella nicchia, se vogliamo usare questo termine. Negli ultimi anni il Reggae in Italia si è sviluppato e diffuso, anche con le dancehall, però la mia è una scelta che ho fatto e sono disposto ad accettarne le conseguenze”.

Dicci qualche nome, oltre agli storici Marley, Tosh, Isaacs ed altri, che vedi come irrinunciabili per capire la musica Reggae.

“Tra i più attuali e giovanissimi c’è Romain Virgo, che ha delle liriche pazzesche e una voce straordinaria. Poi ci sono Junior Kelly, Lutan Fyah, Fantan Moja, che per me sono la scuola. Sono artisti che lavorano, come dicevo, sui riddim, sopra i quali fanno un lavoro particolare con la voce che, sembra strano, partendo da una sola base riescono a tirar fuori cinquanta versioni totalmente diverse”.

Torniamo in Italia. Se penso ad artisti come Alborosie, che è praticamente già diventato un idolo, oppure a Mama Marjas, che sta riscuotendo sempre più successo, mi viene da credere che in Italia stiamo vivendo un periodo particolarmente sensibile al Reggae e al suo mondo. Mi vengono in mente anche certi incroci fra generi, come il recente disco in stile caraibico dei Tre Allegri Ragazzi Morti, con tanto di remix dub uscito pochi mesi fa, o l’apparizione di un personaggio come Anansi a Sanremo. Cosa pensi dell’attuale scena Reggae italiana? Come la vivi?

“Alborosie ha riscosso una fama incredibile, e se la merita sicuramente tutta, ma abbiamo anche molte altre carte valide, come appunto Mama Marjas che se uno non la conosce o non l’ha mai sentita potrebbe pensare benissimo che arriva pure lei dall’isoletta, ha dei tratti che ricorda Tanya Stephens e Queen Ifrica. La scena è buona, comincia ad esserci anche in Italia il Reggae ricercato, non più la canzonetta dove basta mettere in levare, e questo è apprezzabile dal mio punto di vista”.

Tu vieni da Milano, una città che attualmente sta attraversando un brutto periodo per la musica dal vivo, fra politiche restrittive e sempre più locali chiusi. Cosa ne pensi di questa situazione?

“Mi viene da ridere, cosa vuoi che dica? Vedi che Sabato sarò a Siena a suonare. La scena a Milano ultimamente è un disastro, la musica live è completamente sommersa ed è difficilissimo trovare delle serate dove assistere e, molto di più, dove esibirsi. E quando trovi delle occasioni devi sempre scendere a compromessi, sta diventando un’impresa. C’è molto Reggae dal punto di vista delle dancehall, a Milano rischi di trovarti da Giovedì a Domenica l’imbarazzo della scelta, con tre o quattro posti tutti la stessa sera con un soundsystem. Buono, però sinceramente preferirei vedere un palco con degli strumenti”.

E del resto d’Italia?

!Esprimere adesso la mia opinione sarebbe azzardato, perché non conosco bene le varie situazioni. Sicuramente in giro ci sono gli ingredienti buoni, mi sembra che dalle parti di Roma ci sia un bel movimento, e chiaramente nel Salento il movimento c’è da un bel pezzo. Spero quest’anno di fare quante più date in giro per l’Italia, magari poi ci risentiamo e ti racconto”.

 

01/04/11

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