Un’immortale Dea di cartapesta

006-Tiananmen_Square_protestsNella notte tra il 29 ed il 30 maggio del 1989, nella piazza più famosa della Cina, un gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Pechino decise di creare una statua di quasi undici metri. In circostanze normali ed in un paese normale si sarebbe definita una performance, o al massimo un flash-mob, volendo anche pregevole. Ma nessuno degli elementi di cui sopra era “normale”, al tempo. Da circa tre settimane, infatti, la capitale della Cina comunista era teatro di una protesta i cui protagonisti dimostrarono un coraggio leggendario, osando per la prima volta levare la testa contro un regime che – è bene non dimenticarlo – era parecchio più duro, spietato e sanguinario dell’attuale, col quale pure è il caso di scherzare poco.

Il regime cercò per la prima volta di evitare il bagno di sangue come modello di risoluzione definitivo, sperando che gli studenti si sarebbero semplicemente stancati di occupare piazza Tienanmen senza costrutto, e come risposta gli studenti crearono la Dea della Democrazia – una statua di cartapesta, schiuma e metallo alta undici metri – sfidando apertamente i burosauri del Politburo cinese a reagire. E la piazzarono in modo da farla sorgere di fronte al ritratto di Mao Tse Tung: un atto di sfida tremendo, recitato di fronte a quasi trecentomila residenti della città. Se i maggiorenti del Partito avessero distrutto la statua l’intero mondo ne sarebbe stato testimone, e se l’avessero lasciata stare tutti avrebbero notato che l’immensa potenza del partito unico aveva perso la faccia di fronte ad un gruppo di studentelli. Il piano non era privo di ingegnosità, ma non aveva fatto i conti col fatto che la pazienza dei vertici del Partito si stava esaurendo. Tempo tre giorni, infatti, e piazza Tienanmen fu circondata dall’esercito: la rivolta fu oscenamente affogata nel sangue, il movimento studentesco fu decimato e la statua fu travolta e distrutta da un carro armato. Le stime sui morti più attendibili – perché di certe non ve ne saranno mai – si aggirano intorno ai mille civili massacrati.tiananmen

A parte la necessità di ricordare quel coraggio e quel simbolo a chi al tempo era piccolo, o magari non era ancora nato, la vicenda della Dea della Democrazia è un monito feroce per tutti noi. E questo perché una vicenda del genere, a distanza di ventidue anni, dovrebbe essere ricordata e presa ad esempio soprattutto dalla nazione che l’ha fatta nascere, cosa che purtroppo non è. Il Partito Comunista Cinese, aprendosi al mercato internazionale e mantenendo al contempo una stretta totale sull’informazione da e verso l’esterno, è infatti riuscito da una parte a distribuire benessere e consumismo alla sua popolazione e dall’altra a mantenere il monopolio assoluto della memoria. Tant’è che ancora oggi nessun cinese ha modo di sapere che cosa sia davvero successo nel 1989 a piazza Tienanmen, men che meno tramite Internet.

UBC-Goddess_of_democracyEd il lascito più eterno della Dea, ai cinesi come a tutto il mondo che vuole definirsi civilizzato, è che l’arte deve essere considerata sacra, potente e temibile al tempo stesso. Fu infatti l’inaugurazione della statua a portare definitivamente dalla parte degli studenti gran parte della popolazione di Pechino, e repliche di quell’opera d’arte sono presenti in gran parte del mondo. Ancora oggi il regime cinese ha una fifa maledetta di ogni tipo di arte dissidente, quella che una volta si sarebbe definita “degenerata” o “controrivoluzionaria”, al punto da radere al suolo la factory dell’artista pechinese Ai Weiwei all’inizio di quest’anno, dopo averla nei fatti incoraggiata qualche tempo prima. Le dittature non di rado sono schizofreniche, dopotutto: ed a volte, per fargli davvero paura, una statua di cartapesta può essere più efficace di parecchie divisioni corazzate.

 

30/05/2011

 


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