Cosa è successo anche questo 4 luglio?

imagesNon c’è ricorrenza più importante da registrare questa settimana del fatto che 308.745.538 americani hanno predisposto ieri, 4 luglio, 34 barbecue da 5-10 persone in media per ogni 5-10 chilometri quadrati della federazione dei 50 stati più famosa del mondo; hanno partecipato a una parata nella mattinata, a un concerto nel pomeriggio, a uno spettacolo pirotecnico dopo cena e se ne sono andati a dormire con la coscienza di far parte di una grande potenza – e forse anche il sospetto che sia una grande potenza scricchiolante.

 

Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 4 luglio del 1776, quando il Secondo Congresso delle colonie americane firmò la dichiarazione d’indipendenza stilata dalla famosa Commissione dei Cinque. Ne facevano parte, oltre a Robert. R. Livingston, Roger Sherman, John Adams e Benjamin Franklin, il primo scacchista delle colonie americane di cui si abbia mai avuto notizia, grande nuotatore e giornalista, tipografo, fondatore della prima compagnia volontaria di pompieri degli Stati Uniti. E infine Thomas Jefferson: architetto, precursore della dendrocronologia scientifica, biologo, archeologo, economista ritratto sulle monete da 5 centesimi e citato – magari inconsapevolmente – nei discorsi ufficiali di ogni 4 luglio (e anche in quello di ieri del presidente Obama): “Una nazione che ha rivoluzionato i mercati, ha mandato un uomo sulla luna, sollevato gli umili, curato gli ammalati; che ha combattuto per la democrazia, che è stata faro di speranza per il mondo intero”. Mentre Joshua Blanchard, di 4 anni, veniva preso in braccio dal presidente in mezzo al barbecue per famiglie di militari sul retro della Casa Bianca, Jerry McKinley – un sosia di Buffalo Bill – accarezzava il fondoschiena del suo cavallo Triton Fire, agghindato con fiocchi tricolore al parco Griffith di Los Angeles in attesa dei fuochi d’artificio; ed allo stesso tempo il grosso Sam Smock (57 anni), davanti al palco di Independence, nello Iowa, dava l’ultima pinzata al suo striscione con scritto “yesterday, today & foverver Jesus is the same”. Sono rimaste chiuse le poste e i tribunali, ed è rimasta chiusa la borsa di Wall Street, con rialzi del 5% per gli indici Dow Jones e S&P500 e del 6% per il Nasdaq. Molti hanno approfittato del ponte per andare in vacanza, dato che negli Usa la prima settimana di luglio ha in media i picchi massimi di partenze estive. Le famiglie degli uomini e delle donne in uniforme hanno festeggiato nei campi di addestramento, in collegamento con i cari al fronte. Insomma tutto è stato estremamente simile ai 234 independence days della storia della nazione. Come il 4 luglio del 1778, quando George Washington fece distribuire una doppia razione di rum alle truppe, o il 4 luglio del 1930, quando l’economia americana toccava i punti più bassi della depressione; o quelli del 1945, del 1968 e del 1989.

Ricorrenze che, in quanto tali, sono in qualche modo al di fuori della storia, immuni ai cambiamenti. Con la minuscola eccezione del 1996: quando uscì il film di Roland Emmerich Independence Day, ambientato il 4 luglio dello stesso anno, con l’invasione aliena e il ritratto di un’America padrona dei destini del mondo, punto di incontro tra presente e futuro. Un sogno-incubo che non si realizzò il 4 luglio del 1996, naturalmente, e che non ha molte possibilità di realizzarsi in quelli a venire.

 

05/07/2011

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