Nerone e la gestione delle emergenze

burnromeAd hoc lamenta paventium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae, quique sibi quique aliis consulebat, dum trahunt invalidos aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta impediebant. La scena confusa descritta in questo passo da Tacito, con le sua tipiche e quanto mai calzanti convulsioni sintattiche, segna come dies nefastus lo stesso giorno in cui il robot Dawn della Nasa è entrato nell’orbita dell’asteroide 4 Vesta. Oggi, 19 luglio 2011, è l’anniversario del Magnum Incendium Romae. Il “grande incendio di Roma”, la cui luce spenta da 1947 anni giunge fino a noi più o meno come quella di una stella: chissà se i tecnici della Nasa saprebbero cavarne altrettanto che dall’asteroide 4 Vesta o 3 Giunone!

A proposito di Vesta e Giunone: la passione erudita degli astrologi tedeschi d’inizio Ottocento, come Harding e Olbers, per i nomi di divinità femminili romane non ha niente a che vedere con l’atteggiamento delle donne, dei vecchi e dei bambini che Tacito ritrae nel momento del panico e in quello, successivo e conseguente, dei sacrifici propiziatori a quelle stesse divinità. Ma le coincidenze non finiscono qui. Di sacrifici ne furono indetti parecchi, dopo cinque giorni in cui le fiamme distrussero 10 dei 14 quartieri della capitale: l’imperatore Nerone cercò in tutti i modi di smentire la voce secondo cui durante l’incendio sarebbe rimasto a guardare dal balcone del suo palazzo, intonando alla lira i versi della Iliou Persis (un poema pseudo-omerico sull’incendio di Troia). Sono note le passioni canore del tiranno, che proprio in quel periodo aveva iniziato una fastosa tournèe in Oriente. Simili vezzi e vizi sfrenati, la gestione del governo e di questa crisi in particolare gli procurarono un posto nella lista dei capi di Stato più criticati dagli analisti contemporanei e successivi, oltre che un calo di consensi – e di disponibilità finanziarie – tale da impedirgli di realizzare grandi opere in programma, come il taglio dell’istmo di Corinto o il canale costiero da Roma all’Averno. 

Così andarono le cose: Nerone aprì agli sfollati i cunicoli del suo enorme palazzo da poco costruito, allestì nel Campo Marzio la prima tendopoli della storia classica, con baracche e viveri dirottati dalle campagne a prezzo ribassati, e fece scendere il frumento a tre sesterzi a moggio. Ma né queste misure, né l’immensa campagna di sacrifici pubblici a Giunone e a Proserpina sembravano bastare a fugare il sospetto che l’incendio l’avesse causato (con l’alibi della tournèe) proprio lui.

Il colpo di coda ci fu, con il passaggio dai sacrifici divini ai sacrifici umani: la persecuzione dei cristiani segnò l’inizio della follia collettiva, e della fase più cruenta del regime. Nel giro di pochi anni mise a tacere tutte le voci di dissenso, e la città fu ricostruita per intero dalle sue macerie. Ad alcuni venne il sospetto che dietro a tutto ciò non ci fosse altro che la più incredibile manovra di speculazione edilizia di tutti i tempi. Ma cosa possiamo capirne noi – e tutto sommato, si potrebbe pensare, cosa può importarcene, a 1947 anni di distanza?

 

19/07/2011

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