La Francigena in punta dei piedi. Quando la povertà diventa un valore per i giovani

16/01/12 | Interviste » Società

Si chiamano Edoardo ed Umberto i due giovani pellegrini che in questi giorni potreste incontrare lungo i sentieri della Via Francigena a sud di Siena insieme al loro ciuchino Noè. Noi li abbiamo intervistati durante la tappa di Bagno Vignoni, nel comune di San Quirico d’Orcia, nel loro tredicesimo giorno di cammino. E anche noi per qualche ora, abbiamo viaggiato con loro, riscoprendo un modo di pensare antico, che esula dai dettami religiosi e diventa esempio per migliorare la nostra stessa vita.

L’ uno pistoiese e l’altro lucchese, i due amici si sono conosciuti circa un mese fa ed hanno deciso di intraprendere il pellegrinaggio attraverso i sentieri che da più di dieci secoli sono percorsi da pellegrini e viaggiatori fino a Roma. Zaino, bastone, chitarra e sacco a pelo per un viaggio di circa un mese iniziato lo scorso 26 dicembre dal Santuario di Santa Gemma Galgani di Lucca, la santa morta a 25 la cui vicenda ha contribuito ad ispirare i pellegrini.

“Gemma Galgani è per noi un modello,” ci dice Edoardo, “soprattutto perché era una mistica giovanissima che condusse una vita laica ma devota. Incompresa dalla società, bellissima e fragile, non rinunciò mai alla sua vocazione che però non le fu mai riconosciuta in vita.” Come la santa, anche Edoardo e Umberto sono molto giovani (trentaquattro e vent’anni) e laici. Studente e agricoltore, i due ragazzi portano nei paesi gioia e serenità con i loro canti e spettacoli.

Cosa vi ha spinto a mettervi in cammino?

U. Separatamente, sia io che Edoardo abbiamo fatto il Cammino di Santiago la scorsa estate e abbiamo imparato che fare un pellegrinaggio non è solo un atto religioso, ma un’esperienza profonda fatta di incontri con le persone. Volevamo perciò dare seguito a questo viaggio attraverso la gente e la natura e farlo questa volta in Italia. Poi io sono uno studente dell’Accademia di Arti Multimediali di Carrara, e ho deciso di dare testimonianza del viaggio attraverso un documentario che farà parte del mio piano di studi.

In cosa consiste il kit da viaggio e che rapporto avete con la tecnologia?

U. Oltre alle mappe e alla credenziale del pellegrino, abbiamo due zaini con un solo cambio di vestiti, sacco a pelo, materassino, bastone, torce elettriche e coltello. Io ho portato con me lo stretto necessario per lavorare al documentario: macchina fotografica, telecamera digitale e registratore ambientale. Essendo noi anche artisti di strada abbiamo una chitarra ed un’armonica. Utilizziamo il cellulare quando serve e quando qualcuno ci permette di ricaricarlo con la corrente elettrica. Lo stesso vale per internet.

Quanti km fate al giorno e come vi organizzate per i pasti e la notte?

E. In media facciamo 15/20 km al giorno e viviamo di provvidenza: il nostro cammino è innaffiato dalla generosità delle persone che ci offrono i pasti e ci ospitano per la notte. Abbiamo anche una lista di luoghi che danno ospitalità ai pellegrini, alcuni a pagamento, altri ad offerta. Ma capita anche di dormire all’aperto.

Quando vi fermate chiedete donazioni alla gente regalando canti, musiche e un giro sul vostro asino per i bambini. A cosa servono i soldi che ricevete in offerta?

E. Innanzi tutto a ripagare il nostro asino che ci è stato dato per poche centinaia di euro. Poi li utilizziamo per i bisogni quotidiani, come i pasti o i pernottamenti a pagamento. Ovviamente abbiamo anche qualche vizio, come quello del fumo, ma li doniamo soprattutto in offerta, nelle chiese che ci ospitano o alla gente bisognosa.

Il documentario sarà anche un modo per mostrare alla gente il vostro viaggio sia materiale che spirituale. Quale è il messaggio che vorreste trasmettere alle persone?

U. Vorrei che il nostro lavoro fosse soprattutto un messaggio per i giovani affinché si capisse cosa è veramente un cammino. E’ prima di tutto una metafora della vita stessa, in cui si deve dare spazio al silenzio e alla condivisione con le persone. Il cammino è anche l’arte di arrangiarsi e di vivere solo con lo stretto necessario, ma soprattutto è fatto dalle persone che si incontrano e che ci aprono il cuore, la loro ospitalità e il loro sorriso sono i nostri rifugi. Perché il cammino che facciamo è in punta dei piedi, (dice Edoardo ndr) fatto per non alimentare il proprio io, ma la povertà, ovvero quella condizione in cui ci si perde in favore di Dio, aperti alla vita, alla natura e ai sorrisi delle persone.

Mentre parliamo i passanti si fermano incuriositi, qualcuno regala loro pochi spiccioli, i bambini accarezzano l’asino, i ristoratori offrono del vino e gli anziani del paese li riconoscono dopo che li hanno aiutati a riparare le ruote del carretto. Al calar della sera lasciamo Umberto ed Edoardo che si rimettono in cammino insieme a Noè verso Gallina, la cittadina a sud di San Quirico, dove cercheranno rifugio per la notte che arriva.

Il documentario che stanno girando verrà distribuito in rete e si parla anche di organizzare una festa la prossima estate per presentarlo nel borgo di Monteriggioni, dove scopriremo la conclusione del viaggio, i volti e i luoghi di un cammino come metafora di vita sana, comunitaria e povera che ci auguriamo possa ispirare qualche nostro lettore.

Pamela Pifferi

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