53 anni dalla chiusura delle case di tolleranza

La foto mostra una ragazza, probabilmente in una sera d’estate, sul ciglio della strada mentre aspetta qualcuno. Ad un tratto, una macchina nera con un uomo al volante si accosta. Lei non sembra sorpresa, forse aspetta il suo ragazzo in tangenziale, in un posto un po’ azzardato per un appuntamento. Molto probabilmente passerà la serata in discoteca nella vicina città capitolina, o forse ha altri programmi. Si avvicina con un sorriso un po’ forzato, rimane fuori dall’auto ancora per qualche secondo e dopo aver risposto a qualche domanda, decide di entrare nel veicolo.

L’esercizio della prostituzione sulle strade è un fenomeno relativamente nuovo. Il 20 febbraio 1958 venne approvata la Legge Merlin che, in sostanza, segnò uno spartiacque per quanto riguarda la regolamentazione della prostituzione in Italia. La legge, che prende il nome dalla senatrice socialista Angelina (Lina) Merlin prima firmataria della proposta, prevede la chiusura delle case di tolleranza: come recita l’art.1 E’ vietato l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello Stato e nei territori sottoposti all’amministrazione di autorità italiane.” Inoltre, la legge introduce una serie di reati intesi a contrastare lo sfruttamento della prostituzione altrui.

Nel Bel Paese esisteva da tempo una ricca tradizione giuridica (e sociale) per legittimare le case chiuse: il Regno delle due Sicilie, il Regno di Sardegna e lo Stato Pontificio non facevano eccezione. Dopo l’Unità d’Italia una legge, voluta dallo stesso Cavour, estendeva questa pratica all’intera penisola. L’ultimo provvedimento in materia venne introdotto durante il regime fascista nel 1931 con il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, con il quale venivano imposte misure restrittive nei confronti delle prostitute, schedate della autorità di Pubblica Sicurezza e sottoposte ad esami medici obbligatori.

La Legge Merlin pretendeva risolvere il problema della prostituzione e dello sfruttamento, invece ha portato migliaia di donne a dover esercitare la loro professione, perché si tratta di un mestiere come tanti altri, per strada. Dunque, la chiusura dei casino ha effettivamente risolto (o almeno migliorato) il problema della prostituzione? Non ha forse incentivato la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento?

La legge Merlin “a cinquant’anni dalla sua nascita […] non può più essere considerata un tabù. E’ necessario cambiarla profondamente garantendo strade sicure ai cittadini e libertà dalla schiavitù alla prostituta”. Queste parole, pronunciate dall’ex on. Santaché nel maggio del 2008, riaccendono un interessante dibattito sulla prostituzione. Il sindaco di Roma Alemanno continua a chiedere più pattuglie, misure più repressive e cerca di relegare le prostitute dal centro alla periferia. Il vero problema, dunque, sembra essere la sicurezza delle strade e non la prostituzione in quanto tale. Ma almeno la strada diventerà più sicura: l’importante è non vedere.

Con la riapertura delle case chiuse si darebbero più garanzie alle libere prostitute e seguendo l’esempio di Germania, Belgio, Olanda e Spagna, si equiparerebbe la prostituzione a una normale attività. Inoltre, in questo modo, la prostituta, come un qualsiasi lavoratore, sarebbe soggetta alle imposte fiscali, potrebbe stipulare contratti di lavoro e avrebbe diritto alla pensione.

Ai difensori dei bordelli sta molto a cuore la tutela del cliente. Le case chiuse sembrano essere sinonimo di igiene. Ma se le dispensatrici del piacere devono essere soggette a visite mediche costanti per scongiurare malattie veneree, chi controlla la salute dei clienti? Perché, dunque, non accettare solo clienti con il certificato medico in regola?

 

Beniamino Valeriano

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