La ricchezza nella povertà; dialoghi con un mimo

03/04/12 | Affreschi » Arte

Bianca ha i capelli lunghi e rossi e carnagione chiara, la qual cosa pare incastrarla alla perfezione nel mondo del suo lavoro. Fare il mimo è una professione a tutti gli effetti, e Bianca ci tiene a precisarlo; come ogni altro lavoro ha una sua storia, dei contorni precisi, delle curiosità, ore e ore di sfiancante applicazione e dedizione, studio, passione; come tutte le professioni anche quella del mimo implica una sacca di popolazione che di quel determinato lavoro, di quel preciso spaccato di mondo e di vita, ne conosce solo gli stereotipi. Prima di intervistare Bianca Francioni immaginavo il mimo come un omino vestito di nero, la faccia infarinata, gli occhi lucidi e profondi, le mani attente a tirare una corda che non c’è, ma parlando con Bianca, all’ombra degli alberi di San Niccolò, mi sono ritrovato immerso in una inaspettata dimensione, nuova e sconosciuta, ricca e varia, molto lontana dai comuni cliches.

Essere mimo è in principio un incessante lavoro su sé stessi, percorso formativo di una mente e di un corpo, a partire dalla costruzione e dalla valorizzazione del silenzio, componente fondamentale e imprescindibile di tale dimensione lavorativa; edificare, anziché palazzi o grattacieli, impalcature gigantesche e solide, tolte le quali ci si trova di fronte ad un immenso spazio vuoto, silenzio costruito al posto delle rumorose città, predisposto alla perfezione per un pubblico attento. Il silenzio di un mimo fa nascere tutti quei gesti che, come Bianca suggerisce, devono essere motivati dai conflitti dell’animo; il silenzio di un mimo riflette gli avvenimenti nati attorno e dentro l’artista, perché le codificazioni apprese a scuola, si completano solo con le esperienze della vita; per un mimo, il silenzio non è un tempo morto, ma una musica interiore dell’anima.

La vita e il silenzio, oltre allo studio e alla scuola. Studiare da mimo non è semplice impresa, è bensì un duro applicarsi, piegarsi, creazione di sé stessi, un montarsi e smontarsi il corpo, scolpirlo dall’interno, ma con la mente salda e decisa; a dimostrarmelo sono i racconti di Bianca, riguardo al suo percorso di studi, i tre anni parigini presso la Ecole Internationale de Mimodrame Marcel Marceau, gli aneddoti snocciolati sulla durezza dell’insegnamento, le difficoltà e le soddisfazioni.

Bianca mi racconta della sua esperienza a Milano per la realizzazione del video Il ballo del potere, di Franco Battiato, del suo periodo di insegnamento a Siena, presso TeatrO2, dei suoi primi spettacoli da professionista nei primi anni ’90, dei campi estivi in California, del furto in treno di un suo abito di scena a fiori; mi spiega, per quel che l’ingenerosità del tempo a disposizione permette, la lunga e ricca storia del suo mondo, dalle maschere dei teatri dell’antica Roma, alla censura medievale, dalla codificazione di un’arte, per opera di Etienne Decraux, a Charlie Chaplin e al suo Charlot, da Pierrot sino alla sua esperienza personale, proiezione futuribile di una antichissima arte da troppi dimenticata.

Bianca mi parla del suo Carrillon, spettacolo di sua creazione, da lei considerato come un bambino, creatura mobile, in perpetua crescita e trasformazione, perché il mimo è questo: metamorfosi. Il Carillon è un mimodramma, un viaggio fra metafisico e metaforico, la vita nascente di una bambola, fra vita vegetale e animale, un mutamento che ha la sua conclusione nel ritorno, ma che lascia aperte al mondo le sue porte, in un atteggiamento ospitale, libero, mutevole, capace di captare le vibrazioni del cambiamento; così, la dura arte del mimo, diviene vita, emblema di una, simbolo di tutte le esistenze.

 

http://www.biancamima.it

 

Diego Perucci

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