“Sherlock” e il problema dell’identità (la serie TV la cui 2° stagione è ancora inedita in Italia)

14/04/12 | Roba da ragazzi

ATTENZIONE: per tutti gli appassionati fanatici si avvisa che nel testo sono presenti anticipazioni relative alla seconda stagione ancora inedita in Italia

Il telefilm “Sherlock”, riambientazione contemporanea della avventure del detective Sherlock Holmes, può essere letto per certi aspetti come descrizione di alcune dinamiche relative alla costruzione e, soprattutto, al mantenimento dell’identità.

La serie inglese si articola al momento in due stagioni da tre puntate di un’ora e mezza l’una e una terza stagione è in arrivo per il 2013.

Fin dalla prima puntata viene messo in evidenza come Sherlock non sia soltanto un abilissimo investigatore, ma come per lui sia molto importante dimostrarlo. Questo anche a discapito delle sue già esigue relazioni sociali sopratutto in quanto, pur di esibire la proprie capacità, spesso fa deduzioni ad alta voce su fatti anche privati dei suoi interlocutori, abitudine che lo ha sempre reso particolarmente sgradito.

Tra i rapporti che dimostra di avere all’inizio, le uniche figure a mostrarsi benevole nei suoi confronti sono la padrona di casa, Mrs Hudson, personaggio però di scarso spessore intellettuale, e Molly Hooper, medico presso l’ospedale dove l’investigatore conduce spesso i suoi esperimenti, “segretamente” innamorata di lui ma che Sherlock sfrutta solo per usurfruire del laboratorio.

Sul fronte della polizia con cui collabora, invece, si vede subito l’aperta ostilità nei confronti del detective da parte del Sergente Donovan che in tutti gli episodi lo chiama con l’appellativo “freak” cioè “scherzo della natura”. Anche il capo della scientifica Anderson non tollera le intrusioni di Sherlock sulle sue scene del crimine e non crede alla sua abilità deduttiva; l’Ispettore Lestrade, infine, per sua stessa ammissione si rivolge all’investigatore solo come ultima spiaggia.

L’unico a non mettere in dubbio le doti di Sherlock è inizialmente suo fratello Mycroft, il quale le riconosce però solo in virtù del fatto che le condivide a sua volta, anche se ritiene il campo dell’investigazione inutilmente faticoso.

Nella situazione iniziale quindi si ha uno Sherlock Holmes alla ricerca di conferme della propria abilità investigativa, motivo di fondo per cui contribuisce alle indagini pur senza retribuzione o riconoscimento pubblico. In un certo senso in questa prima fase è l’arresto del colpevole a fungere da gratificazione e riconoscimento. L’investigatore, si può dire, costruisce e conferma la sua identità di detective svelando le identità dei criminali.

La situazione si modifica con l’arrivo di John Watson che è il primo personaggio a fare dei complimenti diretti ed espliciti a Sherlock per le sue deduzioni.

Per tutta la durata delle due serie Sherlock si presenterà come “Investigatore” prima ancora che come persona, al punto che Watson sarà spesso costretto a ricordargli di comportarsi in modo “umano” e socialmente accettabile. Lo stesso Lestrade sottolinea questa gerarchia di identificazioni quando descrive Sherlock come un ottimo investigatore che con un po’ di fortuna potrà diventare anche una buona persona.

Non è quindi un caso che il suo più grande nemico, nonchè suo alter ego negativo, Jim Moriarty, decida che il miglior modo per fermarlo sia colpire proprio la sua fama di investigatore, consapevole che tutta l’identità e la forza di Sherlock poggiano su quel punto. Per questo motivo organizza una gigantesca truffa mediatica per convincere l’opinione pubblica del fatto che l’investigatore ha “costruito” i suoi casi ed è quindi un impostore. Lo minaccia poi di uccidere le persone a lui care se non confermerà questa teoria togliendosi la vita.

Sherlock si ritrova dunque a dover scegliere tra la sopravvivenza fisica e la sopravvivenza della sua fragile identità narcisitica nel ricordo dei pochi amici fedeli.

Gli aspetti interessanti legati alla costruzione dell’identità e alla sua conservazione che emergono dal telefilm ruotano tutti attorno alla dipendenza dalle relazioni con gli altri per il riconoscimento dell’identità. Soprattutto dalle relazioni profonde. Sherlock ha bisogno dell‘amico Watson, che infatti lo accompagna sempre nelle sue indagini, come testimone della sua abilità.

Watson è anche, nella cerchia dei personaggi “buoni”, il solo ad operare nei suoi confronti un vero e proprio “riconoscimento estimativo” esprimendo ad alta voce e ripetutamente la sua ammirazione per lui. Per certi aspetti un simile elogio verrà fatto anche da due personaggi negativi, quali Irene Adler e Moriarty stesso, nelle vesti però di nemici alla stessa altezza dell’eroe.

Ma il vero ”nemico”, è soprattutto quello che priva il protagonista delle risorse “simboliche” sulle quali poggia la conferma di Sè, in questo caso l’abilità investigativa; questo si può vederlo in azione sia nell’operazione di misconoscimento mediatico con cui Moriaty colpisce Sherlock, sia nella minaccia di portargli via le pochissime persone che, “riconoscendolo” come abile detective, sostenevano il suo Ego. La strategia del misconoscimento diventa così una potente arma di distruzione dell’avversario, perchè lo colpisce proprio nel suo punto più vulnerabile e vitale.

Le relazioni, se numerose e diversificate, offrono più garanzie alla propria identità e sono anche più difficilmente attaccabili. E’ lo stesso Watson a sottolineare l’esiguità della cerchia di Sherlock quando, parlando con il fratello del detective, ne descrive la rubrica telefonica in cui sono contenuti solo due numeri: quelli degli stessi Mycroft e Watson.

“Sherlock” quindi è un telefilm in cui,ilcarattere dell’investigatore più famoso di sempre viene messo in evidenza nella sua dimensione complessa, contraddittoria e anche infelice. La sua superiore intelligenza lo rende in realtà fragile e solo. Penalizzando sentimenti ed affetti, in qualche modo disumanizzandosi, non può nutrire la stima di Sè e la propria identità con lo sguardo benevolo e affettuoso di chi lo ama. Può solo ambire all’ammirazione e al riconoscimento intellettuale che alla fine lo rendono fragile ostaggio di amici e nemici.

In attesa della terza stagione possiamo solo sperare che l’Investigatore riesca a riconoscere e accettare anche la propria umanità nella sua completezza, e in questo modo a salvarsi dall’annullamento, relazionale e fisico.

 

Bianca Maria Nardin

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