Niente di strano ad ospitare mostre ed opere d’arte all’interno di musei, gallerie e fiere dedicate. Ma cosa succede se l’arte invade luoghi che non sono deputati a questo scopo? Cosa cambia se a far bella mostra di quadri, sculture ed installazioni sono un supermercato o una fabbrica dismessa?
Sempre più l’arte e gli artisti avvertono la necessità di oltrepassare il confine della consuetudine e della normalità per diffondersi attraverso nuovi linguaggi e in luoghi non canonici. D’altronde l’arte è ovunque e ovunque la si può portare.
Fin dalle prime avanguardie artistiche, dadaisti in testa, si è sempre sentita l’esigenza di sconfinare oltre, di creare una contaminazione fra arte e vita, e quale modo migliore se non invadere i luoghi della vita quotidiana?
Furono proprio i dadaisti tedeschi, come poco fa ho accennato, a presentare per la prima volta nel 1920 a Colonia le loro opere eversive e innovative all’interno di una birreria da dopo lavoro operaio suscitando scandali a non finire fra gli schifiltosi borghesi benpensanti.
Dopo di loro ogni cosa è stata lecita e l’arte ha invaso scuole, ristoranti, alberghi, vecchie fabbriche abbandonate, stazioni ferroviarie o della metropolitana e così via, dando l’input ad un fenomeno di contaminazione e di non luoghi per l’arte che sembra non trovare sosta e confini.
Gli stessi artisti lasciano gli studi e gli atelier per dedicarsi al proprio lavoro in luoghi completamente diversi e molto più stimolanti. Il caso più eclatante è Alberto Burri che negli anni ’70 per dar spazio ai suoi colossali cicli pittorici decide di spostare la propria attività negli ex essiccatoi del tabacco della sua città, Città di Castello (PG). Un complesso di 11 capannoni altissimi ed immensi dipinti esternamente di nero. Una sorta di cattedrale dell’arte contemporanea.
Ma che bisogno ha l’arte di invadere la nostra quotidianità, di lasciare gallerie e musei per invadere strade, piazze, bar, negozi, fabbriche e laboratori? Forse rendersi più accessibile, più appetibile, senz’altro più normale e quotidiana, viste le continue accuse di incomprensibilità rivolte all’arte contemporanea. L’arte è espressione del nostro tempo, è un modo come un altro per parlare della nostra quotidianità, poco importa se lo fa attraverso luoghi e modi non canonici.
L’arte alla fine arriva anche al supermercato, simbolo del consumismo più sfrenato ma anche emblematico e democratico strumento di livellazione sociale, per farsi ammirare e per far riflettere.
L’arte contemporanea sottostà alle leggi del mercato come la pasta, il pane, il latte e detersivi per i piatti, è un puro oggetto da acquistare e da utilizzare. In questo senz’altro si vuol ribadire come l’oggetto d’arte non sia qualcosa di irraggiungibile e di intoccabile. Ma l’arte al supermercato ha un ruolo ben diverso, quello di creare un momento di sospensione dalla routine quotidiana, di concedere un attimo di respiro e di elevazione spirituale che molto spesso non ci è dato concederci, ma soprattutto quello di raggiungere chiunque, anche la casalinga con la quinta elementare che non sa nulla di arte e il pensionato ultraottantenne.
L’arte dove meno te lo aspetti serve a questo, offrirsi a tutti senza distinzioni e senza pregiudizi. Un’arte insomma alla portata di tutti.
Mirabile da questo punto di vista l’operazione effettuata dall’associazione DiDee di Siena in collaborazione con la sezione soci della Coop Centroitalia di San Miniato. Quattordici artisti riflettono sul tema del riciclo, questione assai cara alla sensibilità della Coop e delle varie sezioni soci in tutta Italia, presentando i loro lavori fra le corsie del supermercato, confondendosi fra i prodotti in vendita. Nessun angolo è tralasciato: opere d’arte all’ingresso dove si prendono i carrelli per la spesa, all’angolo delle offerte, dentro il banco frigo, sui bancali davanti alla macelleria a ai biscotti, sopra ai congelatori dei surgelati oppure di fronte alle casse.
Sculture, quadri ed installazioni che dialogano con il tema del rifiuto e del riutilizzo dei materiali. Scarti industriali, cartoni, vetri, plastiche che spesso riescono a trovare miglior vita elevati ad oggetti d’arte. Opere di questo tipo nel contesto del supermercato non devono però essere di monito solo agli spettatori/consumatori, ma anche agli stessi artisti che troppo spesso vengono affascinati da materiali troppo inquinanti a scapito dell’insità poeticità di alcuni rifiuti.
Sara Paradisi
photo courtesy Fabio Mazzieri








